| XXI domenica |
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XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C
LETTURE: Is 66, 18-21; Sal 116; Eb 12, 5-7.11-13; Lc 13, 22-30
LITURGIA DELLA PAROLA Prima Lettura Is 66, 18-21 Dal libro del profeta Isaia
Salmo Responsoriale Dal Salmo 116 Seconda Lettura Eb 12, 5-7.11-13 Dalla lettera degli Ebrei Canto al Vangelo Gv 14,6
Dal vangelo secondo Luca
E’ un affare serio la salvezza? Oggi questa domanda non ha più tanta incidenza nella mentalità corrente. Non ci si pone il problema e non si sa che cosa significhi la salvezza. D’altra parte anche a livelli di cultura eccellenti ci si domanda che cosa comporti la salvezza di cui parla il vangelo, da che cosa dobbiamo essere salvati e per che cosa. Per il vangelo il problema si pone e viene affrontato sotto diversi punti di vista. Possiamo dire che nel vangelo è una delle parole chiave intorno alla quale si svolge tutta la vicenda del Verbo incarnato. La liturgia di oggi ci fa riflettere su questo tema così cruciale ed essenziale per tutti gli uomini.
SONO POCHI I SALVATI?
La domanda che pone questo anonimo, mentre Gesù è in viaggio verso Gerusalemme, non sembra posta bene. Secondo il suo tenore tutta l’attenzione è rivolta al numero dei salvati: sono pochi o tanti? Sa un po’ di curiosità. D’altra parte la sentiamo ripetere anche oggi molte volte da chi vorrebbe saperne di più sull’aldilà e come lì funzionano le cose. E’ proprio così importante sapere quanti sono i salvati e quanti i dannati? Come è solito fare Gesù, riconduce il problema nel suo giusto alveo e a ciò che veramente conta, ciò che è in gioco per ciascun uomo e risponde alla vera domanda: chi si salva? E che cosa è necessario per salvarsi? La sua risposta non è molto tenera, anzi contiene una severità non comune. Gesù utilizza delle immagini, delle metafore, per far intendere il problema. La prima è quella della porta stretta. E’ evidente che la porta stretta si contrappone a quella larga, dove tutti possono entrare facilmente, senza sforzo e senza impegno. Se si sa che non ci saranno difficoltà diminuisce la responsabilità e la ricerca del meglio: ci si accontenta della mediocrità. Molti cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Perché? Se la porta è stretta è necessario farsi piccoli. E’ un po’ simile al cammello che vuol passare per la cruna dell’ago. L’altra metafora è quella della porta chiusa. Ci sarà un momento in cui il padrone di casa chiuderà la porta definitivamente. Allora si verifica un dentro e un fuori. Nel dentro c’è il banchetto della felicità insieme ai padri, al di fuori c’è pianto e stridore di denti. Non vale la pena supplicare il Signore di aprire e neppure la maldestra giustificazione, che diventa un’autoaccusa: abbiamo mangiato e bevuto con te, hai predicato nelle nostre piazze. La risposta sarà recisa: non vi conosco; vale a dire tra me e voi non ci può essere nessun rapporto; c’è una impossibilità di comunicazione e di comunione. Il testo ha sicuramente anche una valenza polemica, suggellata anche dalla frase finale, che viene applicata anche a contesti diversi: i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi. Il riferimento è innanzitutto al popolo eletto, il primo chiamato; ma sicuramente Luca estende il messaggio a tutti i cristiani, che rischiano di trovarsi nella stessa posizione degli Israeliti.
IL PROGETTO DI DIO
Nella prima lettura troviamo un testo che si distacca nettamente da tutta una concezione privatistica e riduttiva della scelta di Dio nei confronti degli uomini. Ci sono dei privilegiati, ma non degli esclusi. Anzi i privilegiati sono più responsabili degli altri, perché non sono stati scelti per se stessi, ma per gli altri, per ampliare, come dirà S. Paolo, la lode di Dio: “Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l`inno di lode alla gloria di Dio” (2Cor 4,15). Così il profeta vede un ampliarsi dei confini dei chiamati, fino all’estremità della terra. Sembra proprio un’anticipazione di ciò che avverrà dopo la Pentecoste; per questo la chiamiamo profezia. I protagonisti di questo annuncio della gloria del Signore saranno proprio loro, i popoli pagani. Addirittura viene annullata ogni distinzione, perché persino i leviti saranno scelti tra loro. Allora per Dio non ci sono confini, tutti sono chiamati. Da dove viene allora l’esclusione? Evidentemente c’è una responsabilità personale che deve mettersi in relazione al progetto divino e deve scegliere. Gesù tende sempre non a diminuire questa responsabilità, ma ad aumentarla. Vuole che l’uomo valorizzi tutte le risorse che possiede, vuole che cresca, che non sia ridotto a bruto consumatore. Questo richiede un’ascesi, un forzare i limiti, come dirà: il regno di Dio soffre violenza.
La seconda lettura vuole dare un’interpretazione positiva anche della sofferenza. Non è una punizione, una repressione, come avviene spesso tra gli uomini, ma una correzione. Il cristiano non teme di confrontarsi anche con questo aspetto della vita umana e non attribuisce a Dio intenzioni da spietato vendicatore, ma da padre che corregge il figlio, che lo vuol salvare dal pericolo. La sofferenza (l’autore ha sicuramente davanti agli occhi le difficoltà delle prime comunità, le persecuzioni) diventa occasione di purificazione e di maggiore unione con Dio. Forse oggi a riguardo ci sarebbe da correggere diverse opinioni sbagliate e posizioni un po’ troppo negative. |
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