Saluto del Parroco

“UN CUORE SEMPRE PIU’ GRANDE DI OGNI OFFESA”

 

   Carissimi fratelli e sorelle,
70X7.jpgin questa ventiquattresima domenica del tempo ordinario concludiamo la lettura del discorso comunitario nel capitolo 18 di Matteo, che oggi ci offre uno dei più grandi insegnamenti del Vangelo: la misericordia di Dio è senza limiti e così deve essere quella dei discepoli.
  Nel libro della Genesi ( cap. 4) Caino, dopo aver ucciso il fratello Abele, viene maledetto da Dio e condannato a lavorare senza frutto e a vivere come un fuggiasco. “Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!” dice Caino a Dio, eppure, anche se è un assassino nessuno avrà il diritto di togliergli la vita, anzi, dice Dio: “Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte”. Un discendente di Caino, Lamech, stimandosi molto più violento del sua avo dirà: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette».     
   Forse, proprio riferendosi a questo racconto, il Vangelo di oggi, giocando allo stesso modo con il numero sette, ribalta completamente la visuale: non è la vendetta che va perpetuata in eterno, ma è il perdono che va offerto sempre e per sempre. Perché?
   Già nei secoli precedenti la nascita di Cristo i grandi sapienti come Confucio e Budda insegnavano che la via verso la felicità e la pace non poteva prescindere dalla compassione, dalla rinuncia alla vendetta e dal perdono. Anche la tradizione religiosa ebraica e il pensiero sapiente, di cui troviamo espressione nel brano del libro del Siracide, prima lettura di oggi, affermano la necessità di evitare come cose orribili rancore, ira e vendetta  e perseguire la via del perdono per poter ottenere misericordia da Dio.
   Anche domenica scorsa l’insegnamento di Gesù sulla correzione fraterna partiva dal presupposto che Dio non vuole che nessuno si perda, quindi anche i discepoli devono avere la stessa attenzione correggendo il fratello che sbaglia e usando misericordia verso di lui. Il brano di oggi si apre con la richiesta di un approfondimento del tema da parte della comunità, come al solito con una domanda messa in bocca a Pietro: “Se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. La domanda dimostra che due cose erano state ben comprese: che bisogna perdonare e che bisogna perdonarsi, cioè che se bisogna perdonare chi ci arreca offese, chiunque esso sia, ancor più bisogna perdonare il “fratello”, colui che ci vive accanto e fa parte della nostra stessa comunità. Quante volte ?
   I rabbini del tempo insegnavano l’opportunità di perdonare fino a tre volte… Pietro va oltre portando il numero delle volte a sette (espressione nel linguaggio biblico di pienezza)…  Gesù, giocando a sua volta con i numeri, come è tipico della cultura ebraica, rispondendo “7x10x7” esprime la sua convinzione che il massimo della perfezione è perdonare sempre. Perché? Non si tratta qui solo di una perla di saggezza o di una via per ottenere la pace nel cuore, né di un consiglio o una buona raccomandazione, ma di una profonda professione di fede: perché Dio perdona sempre, perché Dio perdona l’impossibile, perché Dio da sempre l’opportunità di ricominciare. E se Dio agisce così con noi, altrettanto noi dobbiamo fare con i suoi figli, i nostri fratelli.
   Già al capitolo sesto al termine del Padre nostro a commento della richiesta “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” Gesù diceva “Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”. Questo “perdonare per essere perdonati” non va certamente letto come l’invito a fare ogni sforzo possibile, altrimenti c’è il rischio di essere esclusi dalla misericordia di Dio, anzi siamo chiamati a prendere coscienza che Dio vive di “misericordia preventiva”, ancor prima che noi possiamo offenderlo o commettere degli errori Egli già ci accompagna con la sua misericordia e noi non solo dovremmo essergli grati ma dovremmo imparare a vivere da “misericordiati misericordiosi” (come ci veniva proposto nel cammino ecclesiale diocesano): “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36).
   Perché bisogna perdonare? Quante volte? A che condizioni? Gesù non vuole semplicemente rispondere a queste domande, ma vuole portarci oltre, ad essere persone che mettono la misericordia e il perdono al primo posto, che vivono la beatitudine dell’essere misericordiosi, che non stanno lì a contare le volte o a dettare le condizioni, ma che sono consapevoli che c’è un solo modo per evitare fratture insanabili: avere misericordia per gli altri come Dio è misericordioso con ciascuno di noi. 
   Laddove non fosse abbastanza evidente l’insegnamento di Gesù espresso attraverso il ricorso alla simbologia delle cifre, ecco la bellissima parabola del re misericordioso e il servo spietato. Anche qui i numeri parlerebbero da soli: un amministratore era debitore verso il suo re di diecimila talenti. Un talento corrispondeva a circa 36 kg d’oro e a 6000 denari. La paga di un salariato era di un denaro al giorno. Quindi a questo amministratore per rifondere il debito sarebbero occorse 60 milioni di giornate lavorative, pari a 164.000 anni di lavoro, davvero una cosa inimmaginabile. Eppure il re davanti alle suppliche del suo amministratore ne ebbe compassione e gli condonò quel  debito immenso e inestinguibile. Ma ecco che quest’uomo, incontrando un suo subalterno che gli doveva appena cento denari, un debito estinguibile con poco più di tre mesi di lavoro, non prova nessuna pietà e lo fa gettare in prigione. Più che logica la conclusione del re appena venuto a conoscenza del comportamento del suo amministratore: “ma non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno come io ho avuto pietà di te?”, e lo consegnò agli aguzzini. Conclude Gesù: il Padre celeste farà così con voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello.
   Credo che l’unico commento possibile sia quello di rivedere subito tanti nostri comportamenti e la presunzione di essere in diritto di negare all’altro il perdono. L’aver insistito per secoli nella predicazione nel presentare Dio come il giudice impassibile e giusto perché alla fine premia i buoni e punisce i cattivi ci ha allontanati dalla buona notizia offerta da Gesù: è vero che alla fine il bene trionferà sul male, come in tanti brani delle Sacre Scritture ci viene annunciato con un linguaggio di genere apocalittico, ma questo avverrà perché la misericordia di Dio sarà sempre più grande di tutto il male commesso dagli uomini. Annunciare il trionfo del bene separandolo dal trionfo della misericordia genera quelle distorsioni della fede che chiamiamo fondamentalismo, fanatismo, giustizialismo… distorsioni che affiorano ancora oggi nel cristianesimo come in tante altre religioni.
   Occorre allora che ciascuno di noi, in quanto credente, si riscopra umilmente debitore nei confronti di Dio, da Lui condonato gratuitamente e per questo spogliato di ogni forma di arroganza e di ogni pretesa di rivalsa nei confronti degli altri. Sarebbe bello che sulle porte delle nostre chiese comparisse la scritta: casa della misericordia. Si entra portando ciascuno il peso delle proprie colpe, la delusione per i propri fallimenti, le lacerazioni dovute al male ricevuto… se ne esce rigenerati dalla misericordia di Dio e dei fratelli, persone nuove con il “cuore sempre più grande di ogni offesa”.
   Buona domenica, fra’ Mario.

  

LA SINFONIA DELLA MISERICORDIA E DELLA FRATERNITA’-XXIII anno A

 

   Carissimi fratelli e sorelle,

il brano di Vangelo che proclamiamo in questa ventitreesima domenica è tratto dal ‘discorso ecclesiale’ del capitolo diciottesimo di Matteo e ci offre alcune indicazioni di Gesù sulle relazioni fraterne all’interno della comunità, nel caso specifico in cui siano incrinate da una colpa commessa da qualcuno e ci sia bisogno di ispirarsi alla bellezza della sinfonia della comunione.

  “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te…” A noi che abbiamo ascoltato il discorso della montagna verrebbe spontaneo dire “perdonalo”, come vedremo anche domenica prossima proseguendo nella lettura del capitolo 18. Ma oggi quello che è interessante è che ci viene proposta una prassi da seguire quasi in via ordinaria per poter crescere insieme all’interno della nostra comunità. Perdonare è l’ideale altissimo a cui tutti ci ispiriamo e che poi va tradotto in un percorso quotidiano di attenzione reciproca, di accompagnamento, di dialogo, di maturazione.
   “Ti ho posto come una sentinella”, dice Dio al profeta Ezechiele, e hai il compito di fare arrivare al cuore di chi porta avanti una condotta malvagia la mia parola perché si converta, altrimenti se dovesse morire per la sua iniquità tu ne sarai responsabile. Lasciando appunto a Dio il discernimento di condotte malvage, credo sia bella questa idea del vivere a fianco agli altri con l’atteggiamento vigile della sentinella che veglia sul bene dei singoli e della comunità. L’obiettivo è quello di ‘guadagnare un fratello’, di fare in modo che non si perda, che la comunità non se lo perda.
   “Se il tuo fratello…”, non uno qualsiasi o un estraneo, ma proprio la persona che ti sta vicino, che appartiene alla tua stessa comunità. E’ un’espressione di grande realismo: ciascuno di noi non è mai esente dalla possibilità di fare all’altro del male e non esisterà mai una comunità perfetta in cui non si sbaglia mai… quindi piuttosto che assumere un atteggiamento sprezzante o di piena indifferenza nei confronti di chi può aver sbagliato occorre, senza giocare a fare gli offesi, ispirarsi alla logica del fare il primo passo, del non chiudersi nel silenzio, ma tentare di tutto per riallacciare la relazione.
   Tante volte nelle nostre comunità usiamo i termini “correzione fraterna”, ma spesso alludiamo al fatto che per amore della verità abbiamo il dovere di correggere chi sbaglia, magari anche in forma caritatevole senza offendere e mortificare… spesso affiorano sulle nostre labbra espressioni del genere: io gliel’ho detto, poi faccia come crede… non è più un bambino… ma quando l’altro sbaglia verso di te non devi solo fare in modo che ne sia consapevole e non lo faccia più, ma occorre ristabilire una relazione profondamente umana e fraterna. L’antica prassi riproposta nel Vangelo di correggere a tu per tu, o alla presenza di due o tre testimoni, o davanti a tutta la comunità ha lo scopo di evitare che l’altro finisca per diventare come un pagano o un pubblicano, magari ancora degno d’amore, ma tenuto a debita distanza.
   Il ritorno qui della formula del ‘legare e sciogliere’, legata all’uso ci comminare o estinguere una pena corrispondente alla colpa commessa, e il fatto che ciò che viene operato sulla terra è ben presente a Dio, suona come un invito ad agire nei confronti dei fratelli con grande responsabilità, a comportarsi con loro allo stesso modo in cui si comporterebbe Dio, misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore (salmo 103). Una prassi di autentica correzione fraterna va portata avanti con la consapevolezza di stare agendo in nome di Dio, che si è portatori del suo perdono, che è sempre fonte di recupero e di rinascita delle persone. Questo richiede di esercitare la massima creatività nel ricercare le modalità concrete per praticarla, di fare proprio di tutto perché il fratello si corregga e ritrovi nella possibilità di relazioni autentiche con gli altri fratelli la via del proprio sviluppo interiore e umano.
   Per un recupero pieno del fratello e di buone relazioni con lui, occorrono allora oltre alla retta intenzione e alla sincerità, l’umiltà, il rispetto, la pazienza, la lungimiranza, la speranza, cioè la capacità di saper attendere e preparare l’arrivo di un buon frutto anche in tempi lunghi. Occorre confidare nella forza della preghiera personale e comunitaria. “Se due di voi si metteranno d’accordo”, saranno in comunione, capaci di una preghiera ‘sinfonica’, “nel chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”. “Qualunque cosa”, quanto più dunque, nel caso specifico, il recupero della persona  e la rinascita di relazioni fraterne. Laddove non dovesse portare a buon fine il ricorso a due tre testimoni, saranno certamente efficaci due tre persone riunite nel nome del Signore, attraverso le quali il Signore stesso si fa presente e agisce.   
   “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”, parola dell’Emmanuele, il Dio con noi, il Dio che sarà sempre con noi. Questo significa che anche nell’affrontare i casi più difficili possiamo confidare sulla presenza amorevole ed efficace del Signore, come anche che solo quando siamo in comunione tra noi, solo quando siamo una comunità di riconciliati, allora rendiamo presente il Signore e viviamo nella luce della sua Parola. Laddove siamo tentati a volte di far valere a tutti i costi le nostre ragioni, creando disaccordo e tensioni all’interno della comunità… laddove un errore dell’altro nei nostri confronti ci sembra un ostacolo insormontabile… siamo chiamati a riaccordare i nostri strumenti e ad eseguire insieme la sinfonia della misericordia e della fraternità.
   Buona domenica, fra’ Mario.

MENO ‘PARROCCHIANI’ E PIU’ DISCEPOLI

 

 

   Carissimi fratelli e sorelle,
ce ne stiamo rendendo conto in maniera particolare quest’anno con tutte le difficoltà dovute alla pandemia, anche i periodi di vacanza hanno i loro momenti no, soprattutto quando si sta per ripartire e si pensa a programmare le attività future… Il momento del ritorno, comunque, sembra metterci sempre nella situazione di dover cominciare da capo.discepoli_e_maestri.jpg
   Capita così anche nel brano di Vangelo di questa ventiduesima domenica del tempo ordinario in cui Matteo continua a raccontarci  della vacanza a Cesarea di Gesù con i suoi discepoli e del prossimo inizio del pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua… Avevamo letto domenica scorsa che al termine della predicazione in Galilea Pietro proclama Gesù come Cristo, Messia… Ma il Maestro aveva chiesto immediatamente di non comunicare ad alcuno una cosa del genere, anzi, ‘da allora’… 
   Il nostro modo di iniziare la proclamazione del Vangelo con le parole ‘in quel tempo’ ci fa perdere proprio questo dato essenziale: ‘da allora’. Questo avverbio sta a significare che ‘prima di allora’ c’era stato un modo di procedere, da adesso in poi le cose iniziano a cambiare e sta a ciascuno scoprire continuità e discontinuità rispetto al percorso precedente.
   Fino ad allora Gesù aveva predicato e operato molti segni, incontrando il favore del popolo ma anche molta opposizione proprio dai capi dei sacerdoti e degli scribi… probabilmente Pietro e i discepoli nutrivano la speranza che proprio il prossimo pellegrinaggio a Gerusalemme potesse essere l’occasione propizia perché fosse accolto da tutti in modo trionfale come il messia atteso… Ma proprio da questo Gesù prende le distanze cominciando a spiegare che ‘doveva’ andare a Gerusalemme per soffrire molto, venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
   ‘Doveva’ è il modo in cui Gesù esprime la propria consapevolezza e adesione alla volontà del Padre, conosciuta, accolta e assimilata mediante le Sacre Scritture, soprattutto meditando la sorte dei profeti e le figure con le quali essi annunciavano l’inviato di Dio, in particolare il servo sofferente in Isaia. Quindi Gesù comincia a spiegare ai discepoli che il messia che Dio invia non è come quello che loro desiderano, forte al punto da ridare vita al regno di Israele: Egli viene si per dare vita, ma quella vita autentica costruita sul dono di sé, sullo spendersi contro ogni forma di violenza e di ingiustizia, sul prendersi cura del prossimo e dei suoi disagi, anche a costo di procurare fastidi ai potenti e di correre i propri rischi, morte violenta compresa.
   Pietro, ancora una volta con le modalità del tentatore nel deserto, ‘lo prese in disparte’ e fece una delle più belle professioni di amicizia: ‘non ti accadrà mai’, possibile che Dio voglia proprio questo da te? Amicizia si, sincera, chi di noi vorrebbe veder soffrire i propri amici più cari? Ma non così profonda da saper comprendere ed essere in sintonia, almeno in quel momento, con gli ideali di Gesù. E così, vorremmo dire quasi inavvertitamente, Pietro da colui che gode di illuminazioni dello Spirito diventa un satana, cioè uno che suggerisce vie diverse da quella di Dio, e quella pietra viva di fede che portava dentro si trasforma in una pietra d’inciampo (skandalon), come quelle pietre in mezzo ai sentieri, nascoste dall’erba, che ti fanno poggiare male il piede e rischiare una distorsione. Pensi in maniera “mondana” (come tante volte richiama Papa Francesco) e non secondo Dio!
   Parliamoci chiaro, quanto detto a Pietro riflette la situazione di ciascuno di noi, sempre attratti dalla meravigliosa prospettiva che la Parola di Dio ci apre davanti: non c’è modo più significativo e gioioso di vivere che donare la propria vita, ma poi sempre pronti ad imboccare itinerari alternativi o tirarci indietro alle prime difficoltà. Sembra quasi che ci manchi sempre dentro quel fuoco ardente, quasi incontenibile, che sostiene Geremia in mezzo a tanta derisione e violenza (come leggiamo nella prima lettura). E quando ci mettiamo a fare i maestri, gli esperti, i sicuri del fatto nostro, percorrendo le strade più disparate, Gesù continua a ripetere a noi, come a Pietro, torna a metterti dietro di me, a imparare da me, a camminare nella mia stessa direzione e con le stesse modalità.
   Conoscere la vera identità del Maestro è il miglior modo di comprendere la propria identità di discepolo, che consiste nello stare al posto giusto, e cioè dietro a Gesù, non davanti, ma da persone che seguono, libere e generose, motivate e appassionate, e che ne assumono lo stile. A chi vuole stare dietro a lui, cioè sceglie la sequela come cammino quotidiano, Gesù propone le tre stesse opzioni fondamentali che lui ha vissuto: “rinnegare se stessi”, “innalzare la croce”, “perdere la vita”. Queste sono si parole impegnative, ma che non vanno accolte con il filtro del moralismo, come ordini da seguire dove ciò che conta è la coerenza e il sacrificarsi con rassegnazione… sono sempre Vangelo, cioè parole che aprono ad una vita nuova, piena di senso e di gioia.
   “Rinneghi se stesso”. Mi piace qui, visto che l’abbiamo citata, ricordare l’uso romano circa la ‘pietra dello scandalo’: un uomo non in grado di pagare i propri debiti, seduto su tale pietra, appunto, pronunciava la formula: svendo tutti i miei beni, dichiarando il proprio fallimento e mettendo così fine alle rivalse dei creditori. Similmente, non si può iniziare una nuova vita senza rimuovere gli ostacoli che la impediscono, primo fra tutti quella che chiamiamo “autolatria”, l’adorazione, il culto di se stessi, la smania dello stare sul piedistallo o sempre un gradino sopra gli altri. Rinnegare non significa autodistruggersi, anzi, scoprire che cominci ad essere veramente te stesso quando c’è qualcuno e qualcosa che ami più di te stesso.
   “Innalzi la sua croce”. Queste parole ricordano l’uso romano di far portare sulle spalle al condannato il “patibulum” (o braccio trasversale della croce) fino al luogo del supplizio sottoponendosi alla derisione degli astanti e forme varie di violenza, cosa subita anche da Gesù. Trasformate per secoli in un invito alla rassegnazione, ognuno ha la sua croce da portare, esse invece chiedono al discepolo una fedeltà alla parola che sa resistere anche alle beffe, alle derisioni e alle violenze, così come è stato per il profeta Geremia. 
   “Perda la propria vita”: La paura più diffusa tra gli uomini è quella della morte. Ma il Vangelo ci fa intendere che c’è un modo di morire giorno per giorno, dentro, nel vivere di banalità, nel ripiegarsi su se stessi, nel chiudersi agli altri… c’è un modo di morire che è il non saper dare un senso all’esistenza, che è il riempirsi di cose che muoiono. Allora per non sprecare la vita e lasciare che si riduca ad un morire giorno per giorno, Gesù chiede di farne un dono, perché è così che si trova la vera vita, quella che da a ogni giorno il sapore della gioia e ad ogni piccola cosa fatta con amore il sapore della compiutezza.
   Cari fratelli e sorelle, Gesù è il crocifisso non perché è morto così, ma perché è vissuto così, senza autoincensarsi, nella fedeltà alla Parola, perdendosi/spendendosi per gli altri. E altrettanto chiede a quanti vogliono seguirlo… “da allora”.
   “Da allora” vuol dire che c’è un momento decisivo, c’è un punto di svolta… e per noi potrebbe essere proprio questo tempo in cui tante cose di prima stanno andando in crisi, e in cui il nostro cuore più che dalle incertezze sul futuro dovrebbe essere abitato dall’unica certezza: un altro modo di vivere è a portato di mano se non ci accontentiamo più di essere dei bravi parrocchiani, magari sempre presenti e schierati in prima fila, ma abbiamo il desiderio di diventare ogni giorno di più autentici discepoli del Signore.
   Buona domenica e buona settimana, fra’ Mario.

Quelli che ci mettono il cuore

 

Carissimi fratelli e sorelle,
coraggio_sono_io.jpegchi di noi non ha vissuto nella solitudine momenti paragonabili a notti oscure, mari agitati, venti contrari, e popolati da fantasmi e sogni impossibili?
E quante volte anche le esperienze comunitarie e la vita sociale in genere sono segnate dalle stesse caratteristiche? Basti pensare, per esempio, in quante occasioni ci ripetiamo in questo tempo di pandemia che andrà tutto bene, che ne usciremo insieme, che siamo tutti sulla stessa barca… anche se poi abbiamo l’impressione che sia una barca che fa acqua da tutte le parti e che non sarà facile per infinite contrarietà guadagnare la riva della soluzione dei problemi e della serenità.
Il brano del Vangelo di questa diciannovesima domenica del tempo ordinario ci racconta di momenti così vissuti anche dagli intimi di Gesù, gli Apostoli, in viaggio su una barca dalla direzione incerta e spesso in procinto di affondare, e ostacolati e perseguitati da ogni parte. Non dimentichiamo che quando il Vangelo attribuito a Matteo viene redatto già alcuni Apostoli erano stati martirizzati: Giacomo, fratello di Giovanni, Andrea e suo fratello Pietro, lo stesso Paolo, e che anche altri di loro lo saranno, secondo le tradizioni, in quel periodo; e che la comunità giudaica e quella giudeo-cristiana sono ancora sotto shock per la distruzione di Gerusalemme con cui i romani misero fine alla prima rivolta giudaica.
Su chi è cosa contare quando tutto va al contrario? Se i Vangeli fossero semplicemente un racconto dei fatti straordinari della vita di un grande uomo di nome Gesù verrebbe da rispondere spontaneamente: su i suoi poteri eccezionali. Ma i Vangeli, pur offerti nel genere letterario del racconto, sono una testimonianza di quello che Gesù è stato e ha vissuto, di quello che gli Apostoli hanno condiviso con Lui, hanno compreso sempre più profondamente di Lui e poi hanno vissuto in suo nome: è il Figlio di Dio che ha dato la vita per noi (come ci ha manifestato il segno precedente della condivisione dei pani), di Lui ci si può fidare, a Lui ci si può affidare, con Lui si può spendere la propria vita per gli altri.
Sono molti gli indizi che il brano di oggi ci offre per comprendere quale straordinario compagno di viaggio ci abbia regalato Dio in Gesù, il Crocifisso Risorto (Colui che sta sul monte, da identificare non con una delle tante colline della Galilea o della Giudea, ma come il luogo della presenza di Dio, della Trasfigurazione e delle Beatitudini), il vincitore del male e della morte (cammina sul lago oscuro simbolo del male e silenzia i venti contrari), che ci introduce nel nuovo giorno (viene incontro all’alba e sale sulla barca in mezzo ai suoi che l’avevano scambiato per un fantasma, elementi che ritroviamo nei racconti delle apparizioni del risorto), che comunica la vita che viene da Dio (prende per mano e rialza, Pietro come ogni battezzato).
“Davvero Tu sei il Figlio di Dio” è la professione di fede che dal profondo del cuore affiora sulle labbra di chi non solo crede alla risurrezione di Gesù, ma può anche affermare, tirato fuori dalle acque del male, e io sono risorto con Lui. Perché proprio questo è la fede: lasciarsi prendere per mano da Dio per essere condotti a una vita nuova, senza nostalgie per quello che si lascia indietro, senza paura di ciò a cui si va incontro, senza opporre resistenze, certi che ogni giorno, anche quello più oscuro, anche quello dell’apparente fallimento, anche quello del dolore, nasconda sempre l’opportunità di un ulteriore passo avanti, di una crescita in umanità, di un anticipo di pienezza futura.
Ogni persona che vuole diventare credente, e ogni credente che vuole crescere, è chiamato allora a meditare con attenzione alcuni inviti di Gesù presenti in questo brano.
“Coraggio, sono io, non abbiate paura”.
“Coraggio” alla lettera vuol dire avere cuore, metterci il cuore, metterci la parte più importante di sé senza la quale non si è mai in grado di fare una scelta, di fidarsi di qualcuno… Leggevo tempo fa una frase che mi sembra esprimere bene il senso di questo invito: “La vita è tutta una scelta fra paura e amore. Il coraggio aiuta a scegliere bene”.
“Sono io”! Questo è il modo in cui gli ebrei hanno imparato a chiamare Dio percependolo come compagno di viaggio nel cammino del deserto: “Io sono” sta a dire “sono con te”… E così Matteo ci ha presentato Gesù fin dall’inizio: l’Emmanuele, il Dio con noi; e così si conclude il suo Vangelo, con la promessa di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Anche in mezzo al mare in tempesta e con il vento contrario il credente è uno che sa percepire questa presenza, sa fidarsi, sa di non essere mai uno abbandonato al proprio destino o privato di un accompagnamento amorevole, o escluso da quel finale in cui tutto sarà capovolto e tutti saranno colmati di gioia e di pace.
“Non abbiate paura”. Quante volte nelle Scritture Sacre viene rivolta agli uomini questa espressione straordinaria e quante volte l’ha ripetuta anche Gesù. La paura, forse l’emozione più provata dagli uomini: di fronte all’incerto, di fronte al pericolo, di fronte al dolore, di fronte alla morte… siamo pieni di paure… paura di non essere all’altezza, di sbagliare, di amare fino in fondo, persino paura di Dio… la paura è l’esatto contrario della fede, come possiamo vedere dall’esperienza dello stesso Pietro in quella notte.
Anche qui il racconto ha qualcosa di particolare: Pietro anziché fidarsi del maestro lo mette alla prova con le stessa parole usate dal tentatore nel deserto “se sei tu”… e pretende un segno straordinario: poter camminare verso di Lui sulle acque. Gesù glielo concede, ma qualcosa non va: Pietro non ha dentro le energie della risurrezione, è ancora un figlio della paura e comincia ad andare a fondo… ma proprio in questo momento capisce chi è l’unico che può salvarlo e lo invoca: salvami! Gesù lo prende per mano e lo trae fuori dall’acqua (lo risuscita) rimproverandolo “uomo di poca fede, perché hai dubitato?”, e lo riporta sulla barca, laddove il cessare del vento manifesta la presenza rigenerante di Dio.
Il profeta Elia sul monte Carmelo aveva invocato e ottenuto la discesa del fuoco di Dio sulle proprie offerte… preso dall’impeto aizzò la folla e fece uccidere 400 sacerdoti di Baal… costretto a fuggire si ritirò in un luogo deserto ad aspettare la morte… “non sono migliore dei miei padri” diceva a se stesso ripensando a quella strage. Ma Dio torna a visitarlo (come leggiamo nella prima lettura) e si fa presente non nel vento impetuoso, non nel terremoto devastante, non nel fuoco possente, ma in una brezza leggera… Dio è così, e chi crede in lui non deve desiderare superpoteri, non deve esibirsi in dimostrazioni di bravura, non deve avere la presunzione di fare tutto da solo… deve solo lasciarsi avvolgere dalla brezza leggera di una stretta di mano che strappa alle onde impetuose e fa cessare i venti contrari.
Ho lasciato in ultimo la prima richiesta di Gesù agli apostoli: traversare il lago di notte per andare all’altra riva, la riva est, la riva dei pagani… gli apostoli erano contrari primo per la pericolosità di avventurarsi sul lago di notte e secondo per le troppe incognite che si celavano in quell’andare dai pagani… ma Gesù li “costrinse” a partire. Ecco, mi sembra che anche oggi la paura di partire e di affrontare il nuovo, di muoversi in un terreno che non è familiare, di aprirsi alle sorprese di un viaggio diverso dal solito caratterizzi l’atteggiamento delle nostre comunità, troppo arroccate sulle sicurezze acquisite in secoli e secoli di percorsi comodi e tranquilli e poco propense a rimettersi in discussione di fronte alle sfide del presente. Come ci costringerà il Signore a ripartire? Non c’è fretta di rispondere, ma intanto è urgente abbandonare paure e senso di frustrazione e tornare ad essere persone che si fidano ciecamente del loro Signore, che si lasciano prendere per mano e condurre lontano, che ci mettono il cuore nelle cose che fanno.
Buona domenica, fra’ Mario.

E’ ORA DI TIRARE FUORI IL MEGLIO DI NOI

 

 

   Carissimi fratelli e sorelle,

perla-preziosa.pngin questa diciassettesima domenica del tempo ordinario concludiamo la lettura del capitolo 13 di Matteo con le ultime tre parabole sul Regno dei cieli: il tesoro nascosto nel campo, la perla più preziosa e la rete che raccoglie ogni genere di pesci.

   E siamo così arrivati a sette, un numero che nel mondo ebraico ha il valore di una realtà perfetta e compiuta, e di cui Matteo si serve per presentarci questa sua raccolta come un qualcosa che può farci intuire l’essenziale del Regno dei cieli e, soprattutto, farci comprendere bene ciò che stava realmente a cuore a Gesù.  Per Lui annunciare il Regno dei cieli non significava parlare di un mondo ultraterreno da raggiungere alla fine della vita, ma che questo stesso mondo può essere pienamente migliorato, se non trasformato radicalmente, se ci si mette sotto la signoria di Dio e si accolgono i suoi progetti.

   In queste ultime tre parabole, a ben vedere, pur se il protagonista rimane il Regno,  presentato con le immagini del tesoro, della perla e della rete, tuttavia entrano in gioco dei co-protagonisti che devono attivarsi per farne parte: trovare, cercare, lasciarsi conquistare, dare tutto… Quindi il Regno ha una sua vitalità e una sua forza, fa lievitare e crescere, ma ha bisogno di essere accolto per fruttificare, come abbiamo visto nella prima parabola circa i diversi terreni, di essere al primo posto nella lista dei desideri, di occupare il centro del cuore. Quindi con queste parabole Gesù oltre a comunicarci un’idea ‘migliore’ di Dio e del suo Regno, rispetto ai maestri del suo tempo, ci consegna anche un modello diverso di fede, non più basata sull’obbedienza alle regole e la ripetizione ossessiva di atti di culto, ma caratterizzata dal desiderio, dalla ricerca di un di più, dalla gioia del trovare e del mettere in gioco tutto se stessi.

   La prima lettura ci presenta Salomone come uno che ha vissuto così la fede. Quando Dio si rende pronto ad esaudire ogni suo desiderio il giovane re avrebbe potuto chiedere potenza, ricchezza, gloria… ma perché sia Dio a regnare attraverso di lui chiede in dono un cuore docile e capacità di discernimento. Dio ne rimane quasi sorpreso che già fosse in grado di chiedere l’essenziale e glielo concede. Oggi ascoltando le parole di Gesù dovremmo essere capaci anche noi di quel discernimento che non ti fa mai perdere di vista l’essenziale e lo stile di vita proprio dei docili di cuore, dei poveri in spirito.

   Cosa, dunque, è necessario per diventare figli del regno? Le prime due parabole del tesoro nascosto e della perla ci dicono che bisogna essere pronti a mettere in gioco tutto pur di avere ciò che si desidera fortemente e che vale più di tutto il resto. Il primo passo da fare non è rinunciare a qualcosa ma mettere bene a fuoco quello che vale di più. Il contadino una volta trovato il tesoro, pieno di gioia per la sua scoperta, si muove per fare il passo decisivo: vendere tutto per acquistare il campo dove esso è nascosto. Allo stesso modo il mercante di perle trovata quella che vale più di tutte compie lo stesso passo. E’ da sottolineare che entrambi si muovono non con la tristezza di dover rinunciare a qualcosa, ma con la gioia e l’entusiasmo di aver trovato ciò che per loro vale più di quanto posseduto fino ad allora.

   Quando mi trovavo a Siena per gli studi liceali, sulla strada del convento, sulla colonna portante del cancello di un villino c’era una lastra di marmo con su inciso: “Non vale la pena di vivere se qualcosa non vale più della vita”. E’ una frase che mi è rimasta sempre nella mente e che bene esprime il senso di queste due parabole: la bellezza e il valore del regno di Dio e l’entusiasmo nel desiderarlo, cercarlo, contribuire a costruirlo, con docilità e apertura di cuore, con saggezza e prontezza, con gioia grande e profonda convinzione. Le grandi cose di Dio, sia che ti ci imbatti all’improvviso, sia che le ricerchi da tempo, sono in grado di cambiare radicalmente e definitivamente l’esistenza, di darle un senso pieno, e di mettere in grado le persone che ne fanno esperienza di contribuire al miglioramento del mondo che le circonda, anche in mezzo a tanto grigiore e mediocrità.

   A farci evitare il rischio della megalomania e della presunzione, così come del disfattismo e della depressione, ci pensa la terza parabola. Quante volte il Vangelo ci racconta l’attività dei pescatori del mare di Galilea, di quelli stessi che diverranno discepoli di Gesù e da lui saranno trasformati in pescatori di uomini. Quante notti di fatica e di paura, quante battute di pesca senza risultati apprezzabili? Eppure Gesù invita a riprendere il largo e gettare di nuovo la rete… Si perché il Regno di Dio è come una rete che, aldilà di inevitabili insuccessi, è destinata ad essere tirata a riva carica di ogni genere di pesci, alcuni marci e da gettare via, ma la maggior parte buoni e da riporre nelle ceste per la vendita al mercato. Anche qui l’accostamento dell’attività di cernita del pesce buono con il giudizio finale (riflesso dell’attesa in quel particolare momento storico di persecuzione e violenza di un intervento decisivo di Dio) ha la funzione di invito alla pazienza e alla lungimiranza: un ottimo risultato sarà comunque inevitabile. Via la tentazione di essere coloro che hanno in mano le redini della storia, cosa che compete solo a Dio, e darsi da fare perché la rete porti a riva sempre tanti buoni pesci.   

   Che cosa abbiamo capito di tutte queste parabole? Che cosa ci rimane nel cuore? Gesù dice che chi le capisce è come uno scriba (persona a lui notoriamente ostile) che diviene discepolo del Regno (aderisce all’insegnamento di Gesù), capace di tirare fuori dal suo tesoro cose antiche e cose nuove, meglio sarebbe dire, migliori. Gli scribi, dotti conoscitori e interpreti della legge, avevano il compito di custodire e tramandare le scritture antiche e gli insegnamenti dei maestri, e di renderli il più possibile intellegibili per il popolo. Al tempo stesso potevano vincolare la vita della gente a regole e schemi sorpassati, a interpretazioni di parte della realtà, ad un moralismo legalistico e sterile: cose antiche, ma che si ripetono, di generazione in generazione.

   Non è forse vero che veniamo da una formazione, se così si può chiamare l’indottrinamento ricevuto, che consisteva nel trasmettere verità di fede formulate su schemi filosofici ormai incomprensibili e basate su una lettura fondamentalista delle sacre scritture che ci hanno fatto credere in mondi immaginari ? La fede che ne è venuta fuori è un’obbedienza non convinta, un’accettazione passiva e rassegnata della conduzione del clero, un’osservanza superficiale di alcuni precetti, un ritmo celebrativo ridotto all’osso, da cui ricevere emozioni più che motivazioni ed entusiasmo per l’impegno quotidiano. Che ne è di quella fede prospettata da questa parabole fatta di desiderio, ricerca, sorpresa, discernimento, scelta, passione, gioia del trovare quel qualcosa di più importante su cui giocarsi tutta la vita?

   Soprattutto in questi giorni strani e difficili è tempo di rivedere le cose antiche (tirare fuori) e discernere con saggezza quelle che hanno in se quel qualcosa che vale di più da quelle fattesi inutili e narcotizzanti, per poi spalancare le porte alle nuove, alle migliori, che sono già a portata di mano quando entri a tu per tu con quel tesoro e quella perla preziosa che sono il Vangelo e te ne lasci conquistare (entrare nella rete). Regno di Dio e il meglio di noi stessi coincidono… perché arrabbattarci ancora in sterili scaramucce intellettuali o legate alla ricerca della propria affermazione e non lasciarci invece folgorare dall’essenziale per cominciare a dare con gioia il meglio di noi stessi e a fare spazio al meglio degli altri, certo, come detto, con pazienza e lungimiranza, ma anche con la certezza che tutte queste parabole ci consegnano: il meglio comunque verrà. 

   Buona domenica, fra’ Mario.