Carissimi fratelli e sorelle,
infoogni domenica ci raduniamo insieme per ascoltare e meditare le Sacre Scritture e rivivere la Pasqua di Gesù, ripetendo quello che Lui e gli Apostoli hanno fatto durante l’ultima cena.
   Seppure nella Messa possano essere usate preghiere eucaristiche diverse per ricordare e rivivere la cena del Signore, ciascuno di noi conserva nitide nella propria memoria alcune espressioni: prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli… e allo stesso modo prese il calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai discepoli…
   Queste parole, fin dalle comunità apostoliche permettono ai cristiani di celebrare la presenza di Cristo e di accogliere nei segni del pane e del vino il dono della sua vita, per essere con Lui e con i commensali un solo corpo, per vivere in mezzo a tutti gli uomini con uno spirito di comunione, servizio e fratellanza. Parole, dunque, che esprimono l’identità e la missione di Gesù (non c’è amore più grande che dare la propria vita) e allo stesso modo quelle della comunità dei discepoli.
   Queste stesse parole le ritroviamo nel brano di Vangelo di oggi che ci fa soffermare sull’unico racconto di miracolo presente in tutti e quattro i vangeli, anzi in Matteo e Marco ben due volte: la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Su quelle collinette nei pressi di Cafarnao in un tardo pomeriggio di primavera  per le oltre cinquemila persone che da ore stavano li ad ascoltarlo Gesù prese i pani, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli ed essi a loro volta alla folla. Quello che le prime generazioni cristiane vivevano come memoriale del Signore e avevano imparato ad esprimere come loro segno distintivo: la frazione/condivisione del pane, sono capaci di coglierlo anche nell’attività di Gesù precedente la Pasqua: Egli è davvero il grande profeta atteso, che viene da Dio, e si prende cura dell’umanità, comunica le parole che fanno meravigliosa l’esistenza e offre e pane per saziare la fame, così come Dio aveva donato la manna al popolo nel deserto, e tutto se stesso per i necessitanti di accoglienza, comprensione, conforto  e sostegno.
   Dunque, quando celebriamo la cena del Signore non ricordiamo soltanto quello che Lui fece a mensa quella sera, ma ricordiamo Lui così com’era, la sua fede, la sua umanità, la grandezza del suo amore che rendeva possibile esperienze di comunione e di condivisione, di riconciliazione e di fratellanza impensabili a prima vista (vedi la difficoltà degli apostoli di fronte all’invito di prendersi cura della fame di tutta quella gente).
   A proposito di umanità è molto significativo notare che il brano di oggi si apre con Gesù che, appena informato della morte del suo amico e grande uomo di fede Giovanni il Battista, decide di interrompere la sua predicazione e ritirarsi in un luogo deserto per trovare conforto nella preghiera, per ricordare i momenti più belli vissuti con lui,  per fare discernimento nel silenzio sull’eredità spirituale da raccogliere e portare avanti. E’ impossibile però cercare un luogo isolato costeggiando con la barca le rive del lago: un gran numero di persone segue il suo itinerario e lo attende allo sbarco: Gesù non è infastidito ma prova compassione per loro, fa sue le loro sofferenze e guarisce molti malati. Il “primato della compassione”, anche sul dolore personale, è questo che rende possibile ogni miracolo e l’essere così vicini alle persone da saper trovare il modo migliore di accompagnare e di affrontare insieme ogni difficoltà.
   Sul far della sera gli apostoli fanno notare a Gesù un altro problema: quella gente è stanca e ha fame. Ma non si lasciano muovere dalla compassione, forse dal buon senso, e suggeriscono al Maestro di congedarli e che ognuno si arrangi da solo. Ma Gesù chiede altro ai suoi discepoli: per essere in comunione con lui devono essere capaci di fidarsi di lui, di provare la stessa compassione e rispondere in prima persona alle necessità della folla: voi stessi date loro da mangiare. Ci si potrebbe provare ma la risorsa a loro disposizione, cinque pani e due pesci, viene considerata inadeguata. Allora Gesù prende l’iniziativa: ordina di far sdraiare la gente sull’erba, benedice i pani e i pesci, riconosce in quella piccola risorsa il dono di Dio per tutta quella gente, spezza i pani, li da ai discepoli ed essi li distribuiscono alla folla… e c’è pane e pesce per tutti, in abbondanza, come in tutti i banchetti allestiti da Dio, e ne avanzano dodici ceste, come a dire che al popolo di Dio (le dodici tribù d’Israele come i dodici apostoli, la chiesa) non mancherà mai pane per le necessità di ciascuno, dove c’è compassione e condivisione. 
   Parola e opera di Gesù, di colui che non ha mai rimandato a casa nessuno a mani vuote, di colui che si è fatto pane spezzato e condiviso, di colui che rimane per sempre in mezzo a noi nei segni del pane e del vino a donare vita, la sua vita, perché anche noi ci doniamo ai fratelli. 
   Ai nostri giorni, le nostre celebrazioni eucaristiche sembrano aver perso la capacità di trasmettere questi elementi fondamentali del ‘primato della compassione’ e del ‘desiderio di condividere’ la propria vita con gli altri. Abbiamo bisogno anche noi, come il popolo d’Israele deportato a Babilonia e assuefattosi allo stile di vita babilonese, di essere richiamati ad aver fame e sete di Dio, a lasciarci saziare da Lui,  lasciarci orientare dalle sue parole e assimilare la vita che Cristo ci comunica donandoci se stesso, senza stare sempre a rincorrere le illusorie promesse delle mode di turno, che appagano per un momento, ma ci lasciano vuoti di umanità, compassione e misericordia.
   E abbiamo bisogno, inoltre, di uscire dalla stanca e monotona ripetizione di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Il brano del Vangelo si conclude con l’annotazione: quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Un modo di contare tipico del culto sinagogale che non poteva avere inizio senza la presenza di dieci uomini, senza contare le donne e i bambini. Il vero culto si era spostato dalla sinagoga su quel prato, un culto fatto non di rituali ma di compassione e condivisione, un culto che si ripete significativamente ovunque esse hanno davvero il primato. Tutto il resto, la monumentalità dei luoghi delle nostre celebrazioni, la ricchezza di arredi e abbigliamento liturgici, la complessità di un certo formulario e la vacuità della gestualità, corrono il rischio di separarci dall’amore di Cristo, piuttosto che farcelo vivere in quella forma piena che il donarci gli uni agli altri.
   Buona domenica. Fra’ Mario.